ALIEN 4 - LA CLONAZIONE
 

Morta nel precedente episodio, Alien 3, Ripley torna a vivere grazie a un complesso esperimento di clonazione reso possibile attraverso una cellula di Dna presa dal feto che Ripley aveva in grembo, Dna molto particolare che abbina il patrimonio genetico umano con quello alieno. Il Clone 8, cioè la nuova Ripley, dovrà scoprire cosa si nasconde dietro i terribili esperimenti di ingegneria genetica condotti sull'astronave Auriga e quale strano carico ha portato a bordo il gruppo di pirati dello spazio capitanati da Elgyn. 

Una donna così tosta, intelligente, coraggiosa e bella da poter prendere in mano la situazione dopo che gli uomini hanno fallito e prendere a calci in culo un'orribile macchina di morte aliena ed essere sexy in mutandine e reggiseno? Questo è il miglior personaggio femminile di tutti i tempi!”
    Virginia Campbell - “Movieline”, Aprile 1997.

Evidentemente i tempi sono cambiati. E con loro sono cambiati i registi e gli sceneggiatori. In questo quarto capitolo della saga ideata da Dan O’Bannon della Ripley che conosciamo rimane ben poco. Certo, è un clone, ed è già una cosa straordinaria che conservi la memoria dell’originale. Certo, è un essere mezzo alieno, ed è già tanto che conservi la stessa forma esteriore dell’originale. Ma era questo quello che il pubblico si aspettava? Era questo che volevamo pensando ad “Alien 4”? Era questa la Ripley che non abbiamo mai smesso di sognare? No. Decisamente no.

Nessun regista mi sarebbe potuto andare meglio di Jean-Pierre Jeunet, ma purtroppo nessun regista avrebbe mai potuto fare un film migliore con questa storia. Non è brutta, non è scritta così male, semplicemente non è “Alien”, non l’Alien che volevamo. Sigourney aveva voluto ammazzare Ripley proprio per dare nuova linfa alla serie, per non vederla troppo snaturata. Quelli della 20th Century-Fox non erano d’accordo. La clonazione era l’unica possibilità. Ma clonazione voleva dire differenze, e la presenza di Ripley voleva dire connessione stretta con l’alieno. Troppo stretta. Il primo era splendido nel farci scoprire poco a poco il “nemico”, ma dopo due sequel era stato detto tutto, era stato mostrato tutto. Bisognava trovare il modo di sorprendere lo spettatore. Non erano queste le sorprese che volevamo. Una Ripley con sangue alieno nelle vene, super-forte ma non più super-tosta (e con crisi post-parto). Un alieno mammone con apparato riproduttivo umano e con una forma orrenda (non in senso buono). No, grazie, ridatemi quello vecchio.

Nella prima parte del film Ripley si guarda intorno sospettosa, cercando di capire dove (e quando) si trova. Il come c’è arrivata sembra avere poca importanza. Eppure se avessero indagato più a fondo su cosa voleva dire per lei essere stata clonata, su cosa voleva dire sapere di aver dato alla luce un “figlio”, su cosa voleva dire sentire l’alieno dentro di sé avrebbero potuto fare un vero capolavoro. Invece no. La prima parte sembra solo una lunga attesa sul quando e sul come l’Alieno si libererà. Pare quasi di trovarsi davanti ad un film horror tipo “Venerdì 13”, in cui il massimo della partecipazione è cercare di indovinare come verrà ucciso il prossimo personaggio. E quando (finalmente, direi) gli alieni si liberano, il gruppo di protagonisti appare sorprendentemente remissivo, non considera neanche la possibilità di dichiarare guerra al nemico (pallida imitazione degli Space Marines di Cameron). Ma la cosa peggiore è che mai in tutto il film c’è un momento in cui Ripley prende in mano la situazione. Continua semplicemente ad aggirarsi per la nave con l’aria spaesata, facendo notare agli altri come potrebbero comportarsi i suoi figli. La grande combattente del futuro si è trasformata in mamma apprensiva! Che schifo!

Sigourney poneva un problema, durante la campagna di lancio del film: “È giusto far rivivere qualcuno contro la propria volontà?”. Il fatto è che il film non ci da la risposta. Non ci prova neanche. L’unico momento in cui affronta (parzialmente) il problema è al primo incontro tra Ripley e Call (Winona Ryder): “Posso mettere fine alle tue sofferenze, se vuoi” - “Cosa ti fa credere che te lo lascerei fare?”. Punto e basta. Non sappiamo mai se a Ripley faccia piacere essere rinata (ne dubito, comunque), e soprattutto non sappiamo mai cosa ne pensa del suo nuovo “io”, della convivenza interiore con l’Alieno. E se questo permette ad una sempre brava Sigourney Weaver di interpretare il “nuovo” personaggio come più le pare, allo spettatore risulta irritante e soprattutto sbagliato. E questa sarebbe potuta essere di gran lunga la cosa più interessante di tutto il film. D’altronde non ci si poteva aspettare molto di più da Joss Wheldon, che ha dovuto riscrivere la storia tre volte prima di farsela accettare dagli executives della Fox. Wheldon non è certo famoso per la grande introspezione dei suoi personaggi, e neanche per l’originalità delle sue storie. Fino ad ora, escluso questo “Alien”, tre suoi progetti hanno visto la luce delle sale: “Toy Story”, “Speed” e “Waterworld”. Difficile dire quale sia il migliore, sono tutti e tre appena discreti e i loro pregi non sono certo merito suo.

Ma la cosa peggiore, è l’ultimo Alieno, il “Nascituro”. L’Alieno è l’Alieno. Era splendido così com’era, anche se c'erano differenze tra un film e l’altro. Ma ora? Ora ci presentano un meticcio mezzo alieno e mezzo umano. Un essere bianco, dal cranio umanoide, dotato di occhi (orrore!), capace di chiamare Ripley “Mamma” e che le ubbidisce come un bambino. Preferirei non doverlo vedere mai più. Con un po’ di fortuna sarò accontentato.

Ancora una volta la 20th Century-Fox ha deciso di affidare “Alien” ad un regista semi-sconosciuto. Ridley Scott era al secondo film, James Cameron al terzo, e l’insulso David Fincher addirittura all’esordio. Jean-Pierre Jeunet aveva diretto due capolavori virtualmente sconosciuti negli Stati Uniti. Sembrerebbe più adatto a dirigere “Il ritorno dell’Esercito delle 12 Scimmie” (non vi preoccupate: non succederà) che un episodio di “Alien”. Pareva troppo visionario, ma alla Fox non sembrava un problema. Gli fu affidato l’incarico dopo il definitivo rifiuto di Danny Boyle. Non capisco proprio quale malato di mente possa aver pensato che il regista di “Piccoli Omicidi tra amici” e “Trainspotting” potesse essere capace di girare “Alien: Resurrection”, devono essere i miracoli delle droghe pesanti. Comunque dicevo all'inizio che avevo la massima fiducia in Jeunet, ma che con questa storia non si poteva fare gran che. Nonostante Jeunet non avesse la piena libertà creativa (non ha potuto neanche supervisionare il montaggio), sono dovute proprio a lui le cose migliori. Al principio Sigourney non si fidava molto di lui, non lo conosceva, ma quando il francese tirò fuori la prima idea tutti si resero conto che sapeva il fatto suo. La scena dei titoli di testa (il volto di Ripley deformato e fuso con il corpo dell’Alieno) e soprattutto la stanza con i cloni mal riusciti sono il top del film. La stanza “L-7” è sicuramente la scena più terrificante di tutto il film (insieme all’urlo finale dell’Alieno), non solo visivamente, ma anche come idea vera e propria: Clone 8 è stato un colpo di fortuna non cercato, questo è quello che gli scienziati avevano ottenuto, e non se ne preoccupavano. E poi c’è la ripresa della più famosa scena che non fa parte del primo “Alien”, tagliata dalla Fox (o da Scott?) perché troppo dura. Quella in cui Ripley ritrova il comandante della “Nostromo” trasformato in un bozzolo agonizzante, e lui (Tom Skerritt) la prega di ucciderlo. E lei lo fa, con il lanciafiamme, come questa volta con uno dei suoi cloni. Merito di Jeunet, che però, a proposito di bozzoli, non ha potuto far niente per quelli che compaiono verso la fine del film: se la Regina aveva un proprio apparato riproduttivo si può sapere cosa se ne fa dei bozzoli con gli “ospiti”? È merito di Jeunet anche la presenza di Darius Khondji, probabilmente il miglior Direttore della Fotografia del mondo, che si è fatto un mazzo così per creare atmosfere abbastanza dark, tanto da inventare un procedimento fotografico chiamato “ENR” in grado di mescolare immagini in bianco e nero con quelle a colori. Insomma, nessuno avrebbe potuto fare un lavoro migliore di Jeunet.

Dal punto di vista tecnico è rimarchevole la costruzione degli alieni (anche se forse sbavano un cicinino di troppo), in particolare del “Nascituro”, che è semplicemente eccezionale (ma avrei comunque preferito non vederlo). Decisamente imperfette, invece, le sequenze girate in “Matte Shot” (o “Croma Key”, come si diceva negli anni ‘70), cioè quando l’immagine degli attori viene sovrapposta elettronicamente a degli sfondi creati appositamente (guardate l’arrivo sulla terra, ad esempio). In diverse sequenze, poi, gli alieni sono stati creati al computer (nella lotta sott’acqua, per esempio). Pur risultando il trucco discretamente visibile, devo dire che gli alieni si muovono bene, in maniera fluida. Ma comunque la sequenza che mi sognerò di notte sarà senz’altro quella dei cloni mal riusciti, veramente splendida.