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Caso Telecom

26 Settembre 2006

Telecom: una storia italiana


L'iniziativa 'share action' ha raccolto finora 1750 adesioni per un totale di circa 4.800.000 azioni. Grazie per la fiducia. L'Internazionale di questa settimana mi ha dedicato la copertina, riporto il mio articolo che parla di una storia che per il momento non ha ancora un finale. Speriamo che sia almeno un finale sostenibile, come il debito di Telecom secondo Guido Rossi. Ma se il debito è sostenibile, il credito cosa sarà?

"Tronchetti si è dimesso da presidente di Telecom un venerdì, qualche minuto prima delle otto di sera, ora di cena. A Milano pioveva, un tempo autunnale, non c’era nessuno in giro per lo sciopero dei mezzi urbani. La tristezza era nell’aria. La voce di Aznavour cantava “Com’è triste la Borsa a Milano”, ma forse era solo un’eco in Galleria. Il giorno dopo un Tronchetti dimesso, senza cravatta, si aggirava in via della Spiga con i parenti. La sera riceveva nella tribuna d’onore di San Siro attestati di solidarietà simili a condoglianze. L’Inter, pareggiando con la Sampdoria, aggiungeva una nota di depressione quasi surreale al fine settimana di Tronchetti. Ma, come nella migliore tradizione giallistica, bisogna porsi la domanda: chi è il responsabile della caduta del tronchetto dell’infelicità? Il nome corso subito sulla bocca di tutti è stato quello di Romano Prodi, per la sua conformazione da maggiordomo ciclista. Il maggiordomo è il primo sospettato. Prodi è però da escludere in quanto persona da sempre non informata sui fatti e, in più, con un consigliere, Rovati, che inviando a Tronchetti una memoria ‘artigianale’ ha inguaiato tutto il Governo. La missiva, privata, privatissima, ipotizzava un riassetto del gruppo Telecom e il tronchetto, da perfetto uomo d’affari, di quelli che bastava la stretta di mano, l’ha subito passata al Corriere della Sera, il quotidiano indipendente del salotto buono in cui siede Pirelli. Rovati si è dimesso. Prodi dovrà riferire alla Camera non si sa bene che cosa, ma un suo silenzio eloquente potrà bastare insieme a un lancio di pomodori. Escluso Prodi chi rimane? Per capirlo bisogna tornare indietro nel tempo. Al tempo dell’Ulivo e di D’Alema. Il tempo delle privatizzazioni, il tempo dei ‘capitani coraggiosi’, ma senza una lira. Regnava da poco su Telecom Italia Franco Bernabè, un regnante dignitoso che aveva dato buona prova di sé all’Eni. Telecom non aveva praticamente debiti e generava tutti i giorni denaro sonante. Telecom possedeva società, immobili, aveva, tanto per dire, la flotta di auto aziendali più grande d’Italia. Un patrimonio costruito con le tasse di generazioni di italiani. D’Alema, allora presidente del consiglio, per motivi che nessuna mente umana (e forse neppure aliena) è in grado di capire avalla la cessione al duo Colaninno-Gnutti. Colaninno cede Omnitel e lancia un’Opa sulla Telecom. Il ricavo ottenuto dalla vendita di Omnitel non è certo sufficiente per l’Opa, che va sostenuta indebitando l’azienda. Per incanto una Telecom senza debiti si ritrova indebitata fino al collo. Franco Bernabè che aveva cercato di opporsi sostenendo la fusione con Deutsche Telekom, anche attraverso un confronto durissimo con il merchant banker D’Alema, noto industriale e economista, deve dimettersi. Da questo momento la sorte della più grande azienda del Paese, quella con le migliori prospettive industriali e i maggiori tassi di innovazione, è segnata.
Inoltre, la vendita in blocco di dorsale, telefonia fissa e mobile è un macigno sullo sviluppo del mercato delle telecomunicazioni. Non può infatti esistere un vero mercato se chi possiede la rete eroga anche i servizi. La rete doveva rimanere in mani pubbliche o, almeno, essere soggetta al controllo dello Stato con una partecipazione rilevante. Colaninno e Gnutti, che sanno fare i loro affari, cercano di ridurre il debito vendendo Tim, o almeno fondendola con Telecom, anticipando di cinque anni le mosse di Tronchetti, ma non gli è consentito. Colaninno cerca comunque di impostare un piano industriale che però non ha neppure il tempo di vedere la luce. Al governo arriva Berlusconi e per Colaninno si fa notte. A luglio 2001 Colaninno va in Argentina per una battuta di caccia e Gnutti, vista l’aria che tira, ne approfitta, incontra Tronchetti e vende. Tronchetti disponeva della liquidità ottenuta dalla vendita fatta nel 2000, durante il periodo della bolla speculativa, della divisione dei cavi per telecomunicazioni Optical Technologies alla statunitense Corning per l’incredibile cifra di settemila miliardi in contanti. Mille miliardi se li spartisce in stock option con Buora (200) e Morchio (300), a lui 450. Tronchetti acquista il controllo di Telecom con le scatole cinesi, in sostanza una serie di società in cui al vertice della catena c’è una piccola società che ne controlla una più grande fino ad arrivare alla Telecom. Tronchetti con lo 0,8 per cento di azioni (è lui il vero piccolo azionista) si ritrova a controllare un impero attraverso Olimpia in compagnia di Benetton, Gnutti, Unicredit e Banca Intesa. I debiti però rimangono, per ridurli la nuova strategia è semplice, è quella del rigattiere: vendere, esternalizzare. Seat, Telespazio, Finsiel, una parte di Tim, gli immobili di Telecom vengono venduti per fare cassa. Molte attività del gruppo vengono enucleate e date all’esterno. Ma questo non basta, i margini sulla telefonia fissa e mobile si riducono e il debito non permette di fare gli investimenti necessari. Si rischia l’implosione o la perdita di controllo se subentrassero nuovi soci in Olimpia. Si arriva al 2005, Tronchetti fonde Telecom e Tim con l’acquisto di quest’ultima attraverso un’Opa. Telecom si indebita ancora di più, ma accede ai contanti prodotti tutti i giorni dai telefonini. L’operazione è annunciata come strategica. Una strategia industriale che dura 18 mesi. Poi si ritorna all’antico. Si divide il fisso dal mobile per venderli a pezzi, uno o entrambi non si sa. Unicredit, Banca Intesa e Hopa lasciano Tronchetti al suo destino. Benetton svaluta le azioni Telecom che al momento dell’acquisto, nel 2001, erano state valorizzate a più di quattro euro e oggi valgono solo la metà. Tronchetti le azioni le ha invece mantenute a un valore d’affezione, ma le deve finalmente svalutare con effetti a catena sul gruppo Pirelli. Si dimette lasciando 41 miliardi di debiti che rimangono, escludendo obbligazioni e cartolarizzazioni varie (i pagherò agli investitori), suppergiù quelli di Colaninno. Ma con in meno tutte le aziende vendute. Il colpevole è quindi chiaro. E’ il dito medio della mano invisibile del mercato. Che ha colpito tutti coloro che hanno perso il loro posto di lavoro e i loro risparmi investiti in azioni Telecom. E’ un dito che ci vede bene, benissimo. Per questo ignora manager e azionisti di controllo per i quali la Telecom è stato un grande affare, il migliore della loro vita.
Per Parmalat era venuta a prelevarmi a Nervi la Guardia di Finanza. Voleva sapere come ero venuto a conoscenza del fatti. Mi portai una cartellina con scritto sopra Telecom per aiutarli a portarsi avanti con il lavoro. Ma non mi presero sul serio, del resto è giusto così, io sono solo un comico. Questa volta mi aspetto un’assunzione alla Consob o alla Borsa. Da comico a consulente finanziario globale. Ho deciso di fare il grande salto. Di controllare la Telecom senza tirare fuori neppure un euro. Un’Opa alla genovese. Ho lanciato la ‘share action’ per chiedere la rappresentanza dei piccoli azionisti, andare in assemblea e cacciare a calci nel culo i consiglieri, partendo da quelli indipendenti. Chi vuole partecipare può farlo collegandosi al mio blog ".

Postato da Beppe Grillo il 26.09.06 18:02

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Questi sono solo alcuni dei messaggi che arrivano ogni giorno.. per visionarli potete andare su:  http://www.beppegrillo.it/2006/09/telecom_una_sto.html 

Alcuni passaggi:

Prodi: «Tronchetti ha usato il governo»
Il premier sull'ex presidente Telecom: «Non mi disse nulla sul riassetto». La replica: «Saranno le carte a parlare»
Romano Prodi (Ansa)
Romano Prodi (Ansa)
NEW YORK
- «Un presidente del Consiglio non va mai in due rami del Parlamento. Mi è stato chiesto di andare il 28 e così resta stabilito». Romano Prodi ufficializza così la decisione di intervenire direttamente solo alla Camera sul caso Telecom spiegando che giovedì, al Senato «parteciperà un rappresentante del governo». Il ministro delegato a riferire a Palazzo Madama sarà Paolo Gentiloni della Margherita.

LA TELEFONATA CON BERTINOTTI - Il premier ha poi tenuto a puntualizzare di non avere assunto questa decisione a seguito della telefonata del presidente della Camera: «La telefonata con Bertinotti - spiega - c'è stata, ma la decisione era stata presa prima». Sul caso-Rovati, infine, torna a chiedere di mettere la parola fine: «Basta. Il Paese non ha bisogno di giocare su invenzioni, ma di ragionare seriamente sul futuro delle telecomunicazioni. Abbiamo già dato tutti i chiarimenti possibili».

SCONTRO CON TRONCHETTI PROVERA - Ma la guerra a distanza con Tronchetti Provera non sembra finire. Prodi - durante una conferenza stampa a New York - assicura di non aver commesso errori:
«Mi è stato chiesto un colloquio per parlare della strategia di Telecom. In quel colloquio - conclude Prodi ricordando l'incontro con l'ex presidente del colosso telefonico - non mi è stato detto nulla di ciò che il giorno dopo Telecom ha presentato al Paese. Quando si chiede un incontro con il presidente del Consiglio - scandisce il Professore - bisogna dire tutta la verità». Poi, parlando ad una prima colazione organizzata dal Council of Foreign Relations, colorisce il concetto: «Non mi ha detto una parola - ha spiegato Prodi- e gli ho risposto che ero sorpreso ed irritato. Se chiedete un incontro con il premier... non potete non dirgli niente. (Tronchetti) ha seri problemi di comportamento: ecco quanto è successo... non ci sono state interferenze da parte del governo», ha detto Prodi. «Tronchetti - ha aggiunto Prodi - ha lasciato credere che il governo sapeva solo perchè c'è stato quell'incontro». Poi la sferzante conclusione: «L'impressione è che ha usato il governo».

LA REPLICA - La risposta dell'ex presidente Telecom è secca: «Non entro in polemica con le istituzioni. Non lo ho mai fatto e non lo farò ora. Saranno le carte a parlare - ha spiegato Tronchetti Provera -, quelle depositate presso il consiglio di amministrazione»

LA VENDITA DI TELECOM - Prodi ha inoltre confermato che non è sua intenzione, né esistono gli strumenti giuridici, opporsi ad una eventuale vendita della rete mobile di Telecom ad un gruppo straniero, «anche se la cosa potrebbe non farmi piacere». Prodi ha ricordato che l'Italia è uno dei paesi economicamente più aperti, ma «mi piacerebbe che il paese non fosse soltanto l'oggetto» di vendite a gruppi esteri, ma diventasse anche «il soggetto» di acquisizioni di questo tipo.
21 settembre 2006

 

Telecom, Prodi in aula. Unione battuta
Il premier disposto a riferire in Parlamento il 28. Ma in Senato passa la richiesta dell'opposizione di anticipare al 21
Il premier Romano Prodi (Tam Tam)
Il premier Romano Prodi (Tam Tam)
ROMA
- Romano Prodi ci ripensa e va in Parlamento a riferire sul caso Telecom. Appuntamento il 28 settembre, alle 15 a Montecitorio per la gioia di Fausto Bertinotti che spiega che la Camera così «riassume la sua autorità». Il premier abbandona dunque l'iniziale ritrosia al dibattito ("siete matti!" era sbottato in Cina) e dice sì a un informativa per rispondere alle polemiche seguite alle dimissioni di Tronchetti Provera, ex presidente del gruppo telefonico, e di Angelo Rovati, ex consigliere personale di Palazzo Chigi.

IN PARLAMENTO - Un'apertura inattesa (lunedì era stata avanzata l'ipotesi che a riferire fosse il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni). che si accompagna però a una clamorosa sconfitta: quella che subisce in serata l'Unione al Senato, dove passa - con 151 voti a favore, 148 contrari ed 1 astenuto - la proposta di Forza Italia di anticipare il dibattito il 21 a Palazzo Madama. La richiesta di Forza Italia approvata dal Senato contiene «un invito al premier a presentarsi in aula». Ed ora starà al ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti risolvere il groviglio delle date. Appare comunque difficile che il presidente del Consiglio possa presentarsi al Senato perché impegnato in questi giorni a New York per partecipare all'Assemblea generale dell'Onu (proprio dagli Usa Prodi ha nel frattempo ribadito di non essere stato informato dai vertici di Telecom sul riassetto del gruppo: «Tronchetti mi chiese un appuntamento e mi disse delle cose assolutamente differenti rispetto a quelle che poi furono comunicate. Non ne sapevo nulla. Se parli con il presidente del Consiglio devi dire la verità»).

REAZIONI - Sull'assenza di Prodi al dibattito a Palazzo Madama si è pronunciato il presidente del gruppo dell'Ulivo, Angela Finocchiaro: «Si è fissato che di Telecom si parla qui al Senato giovedì prossimo: pazienza, Prodi non può esserci e verrà qualcun altro del governo a riferire. Non mi pare un grande capolavoro per l'opposizione». Per il diessino Gavino Angius, si tratta solo «di un incidente». Anche se, ammette il senatore della Quercia, «desta preoccupazione in qualcuno». La vittoria sul calendario rianima la Cdl. «È la prima sconfitta della maggioranza. Ci auguriamo che sia una delle tante perché ormai al Senato l'opposizione non è più opposizione» esulta il capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani, autore della proposta poi passata anche con i voti dell'Unione. E mentre Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi, intende chiedere la diretta tv in occasione delle comunicazioni del premier, il presidente dei senatori di Alleanza Nazionale Altero Matteoli incalza il capo del governo: «Di fronte ai numeri di questo pomeriggio non so come fa a non venire a riferire». «Questo è il senso del voto che è stato dato», conclude l'esponente di An. Ma Chiti taglia corto: «Preso atto del voto del Senato, è evidente che l'informativa del presidente del Consiglio Romano Prodi si terrà inevitabilmente alla Camera». «Noi siamo pronti a discutere, ma dubito che ci sarà un vero dibattito perché la Cdl vuole buttarla in cagnara», è l'aspettativa del segretario della Quercia, Piero Fassino.
20 settembre 2006

 

Procura di Roma apre fascicolo su Telecom
I magistrati si occuperanno del riassetto del gruppo annunciato la scorsa settimana, in particolare dello scorporo di Tim
ROMA - La procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla vicenda Telecom. I pm si occuperanno del riassetto annunciato la scorsa settimana e in particolare dello scorporo di Tim. Il fascicolo è intestato 'Atti relativi a' e al momento non ci sarebbero indagati.
La sede della Telecom  a Milano (Emmevi)
La sede della Telecom a Milano (Emmevi)
ESAME
- L'apertura del fascicolo consentirà, come ha confermato il procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara, di avviare un primo esame sulla vicenda e chiedere informazioni alla Consob. In particolare la Procura intende sapere se possa configurarsi il reato di ostacolo all'attività di vigilanza della Consob stessa. Per il momento il fascicolo non prevede alcuna ipotesi di reato né contiene indicazioni di altro genere. Sono stati allegati tutti gli articoli di stampa usciti in questi giorni e già presi in considerazione dalla Procura della Repubblica a cominciare dalla settimana scorsa.
LA VICENDA - L'apertura del fascicolo da parte della Procura di Roma è la nuova tappa di una vicenda cominciata lunedì scorso, quando il Consiglio di amministrazione della Telecom ha approvato il piano di riassetto del gruppo: in pratica, lo scorporo della rete fissa e della telefonia mobile (Tim) per conferirle in due società ad hoc. Una scelta che ha provocato l'irritazione del governo. Il premier Romano Prodi, dalla Cina, ha fatto sapere di non essere stato minimamente informato da Tronchetti Provera. Successivamente, però, il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore hanno pubblicato un piano fatto avere riservatamente dal consigliere di Prodi, Angelo Rovati, a Tronchetti Provera. Le polemiche successive hanno portato prima alle dimissioni del presidente della Telecom (al suo posto è stato nominato l'attuale commissario straordinario della Federcalcio, Guido Rossi) e poi, oggi (lunedì, ndr), a quelle di Rovati. Nel frattempo, il governo ha accettato di riferire in Parlamento sulla vicenda con i suoi ministri competenti.
19 settembre 2006

 

Rovati lascia: «Non ho commesso errori»
Lettera al presidente del Consiglio: «Fatti travisati e strumentalizzati». «Eccesso di fiducia in Tronchetti Provera»
Angelo Rovati (Emblema)
Angelo Rovati (Emblema)
PECHINO
- «Io sgombro, vado via». Angelo Rovati si accomoda in panchina. L'ex «gigante buono» del basket lascia l'incarico di consigliere economico-politico del premier. Lo fa con una lettera (leggi) a Prodi nella quale spiega che la sua iniziativa su piano Telecom «è stata travisata per danneggiare te e il tuo governo».

SVOLTA - Il nuovo scossone (dopo il passo indietro di Tronchetti Provera) arriva dalla Cina quando in Italia è l'alba. Rovati accoglie i cronisti negli ampi saloni del Palazzo del Popolo di Pechino, l'enorme struttura del Parlamento cinese che Mao costruì in soli 10 mesi. «Io non ho un ruolo ufficiale nel governo - osserva, mentre è in corso l'incontro tra Prodi e l'omologo cinese Wen Jiabao - sono consulente del premier. Non è che mi dimetta da funzioni o cariche, semplicemente rinuncio a questo incarico. Senza traumi per nessuno, e tantomeno per il presidente, che ha grandi problemi da gestire, come vedete qui, e soprattutto per lasciarlo libero di esprimere il suo pensiero».

Le tappe della vicenda
Rovati a Sky: «Quel foglietto su carta intestata...»

LA FIDUCIA IN TRONCHETTI
- «Questa notte ho parlato con Prodi e con tutti quanti - racconta ancora Rovati- e sono arrivato alla decisione di rinunciare all' incarico di consigliere economico-politico del presidente del Consiglio, che ho a palazzo Chigi». Rovati rivolgendosi senza menzionarlo all'ex presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera, dice di avere avuto «un eccesso di fiducia verso una persona che tale impegno a riservatezza e fiducia non ha mantenuto». Il riferimento di Rovati va ovviamente al suo cosiddetto «piano» per il riassetto societario di Telecom. Nei giorni scorsi Rovati aveva puntualizzato che di tale documento esistevano solamente due copie: la sua e quella inviata all'ex presidente del gruppo tlc Tronchetti Provera.

IL CLIMA IN PARLAMENTO - Un gesto - quello delle dimissioni - studiato e meditato a lungo. «Vediamo ora - auspica l'ex consigliere - se anche questo mio gesto può servire a svelenire ulteriormente il clima consentendo al Parlamento e al governo di parlare serenamente di questo problema, che non si trova sicuramente in tutte le chiacchiere che sono state fatte sul mio fantomatico progetto». E rivisitando le vicende e le polemiche che hanno portato alla sua decisione, prosegue: «Se ho commesso qualche errore ne risponderò nelle sedi più opportune, anche se non mi pare di aver commesso errori».

LA FAMIGLIA - E adesso? «Comincerò a gestire le mie società, visto che qualcuno le aveva anche pubblicate sul giornale, con tanto di organigramma. Gestirò con più attenzione i miei interessi e i miei affari». «Poi, dopo, nella vita - chiosa Rovati - se mi rimane la voglia di fare qualcosa in politica o da qualche altra parte, lo farò. Non penso di essere inibito a fare qualcosa, anche perché non mi sembra di aver fatto niente di traumatico».
18 settembre 2006

 

«Prodi non sapeva nulla del piano Telecom»
Parla Rovati, consigliere del premier: «La responsabilità di questo studio di riassetto è solo mia. Neanche Prodi lo ha analizzato»
 
ROMA - «Prodi non sapeva nulla, il piano di riassetto di Telecom Italia è solo opera mia» A parlare è Angelo Rovati il consigliere del premier Romano Prodi, che scende in campo in difesa del presidente del Consiglio.
«La responsabilità di questo studio artigianale è solo ed esclusivamente mia. Neanche Prodi lo ha analizzato» ha dichiarato Rovati che aggiunge di aver fatto conoscere questo studio all'amministratore delegato e primo azionista di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera e di avergli detto «che lo avevamo solo io e lui».
Il consigliere economico di Prodi Angelo Rovati (Ansa)
Il consigliere economico di Prodi Angelo Rovati (Ansa)
NESSUN COMPLOTTO - «Se avessi avuto intenti coercitivi o se fossi pedina di un complotto, sarebbe stato da cretino mandare lo studio al diretto interessato per condizionare società o azionisti. Non avevo questa intenzione» ha poi aggiunto Rovati.
IL RUOLO DI GOLDMAN SACHS - Il consigliere politico-economico di Prodi ha poi voluto precisare alcune notizie pubblicate sull'intera vicenda: «Si è detto che questo studio è stato commissionato da me alla Goldman Sachs, ma io non ho i soldi per pagare questa società per fare uno studio, si fa pagare molto caro. Si è scritto che Costamagna è l'ispiratore, ma Costamagna entra in questa vicenda in queste vesti: è un mio carissimo amico, che stimo per capacità personali e professionali, e sono sicuro che anche Prodi lo stima. È stato in Goldman Sachs, ma questo non significa che tutto quello che facciamo è riportabile a Goldman Sachs. Lui è esclusivamente l'advisor di Rupert Murdoch, con il quale ha un'amicizia e una frequentazione molto antica». «Si è scritto inoltre - aggiunge - che ci sono banchieri d'affari che vanno in giro a dire molte cose. Se siamo arrivati al punto che banchieri d'affari fanno chiacchiere di portineria, significa allora che siamo arrivati molto in basso, che siamo in gravi difficoltà. Si è scritto inoltre che avrei parlato con un alto dirigente del gruppo Caltagirone, ma non conosco nessun alto dirigente di quel gruppo. Conosco solo Caltagirone, che ritengo persona degna e molto riservata.
GOVERNO LIBERISTA - Rovati vuole poi ribadire che «Palazzo Chigi non era assolutamente informato di nulla». «Io ero informato - continua - Palazzo Chigi non conosceva questo dossier». «Prodi - aggiunge ancora - ha a cuore soprattutto l'interesse del Paese e delle aziende ed è il più grande liberista che ci sia in Italia. Mi dispiace che questa roba qui, che è una buffonata, sia stata strumentalizzata per altri fini». Rovati conclude con un'altra considerazione su Tronchetti Provera: «È stato uno dei pochi imprenditori italiani che ha avuto il coraggio di accorciare la rete di controllo della società e di renderla contendibile. La società è contendibile e lui lo sa, ma ha avuto lo stesso questo coraggio e bisogna dargliene atto».
PRODI: NIENTE DI NUOVO - Dal canto suo Prodi parlando con i cronisti a Canton della vicenda Telecom e delle notizie pubblicate dai quotidiani italiani ha detto: «Non è successo niente di nuovo. Ho fatto ieri le mie dichiarazioni puntuali, precise e rigorose. Non c'è da aggiungere nè da togliere una sillaba».
BERLUSCONI: «ECCO LA VERA NATURA DEL GOVERNO» - «Sono allibito, se avessimo fatto noi una cosa del genere chissà cosa avrebbero detto», e invece «loro si permettono di fare dichiarazioni» su una società quotata in borsa «a mercati aperti». È questa, secondo quanto si apprende, la reazione di Silvio Berlusconi sugli ultimi sviluppi della vicenda Telecom. «Una cosa è certa», ha osservato il leader dell'opposizione secondo quanto riferito da fonti parlamentari di Fi, «in questa vicenda sta venendo fuori la vera natura» di questo governo, che pensa di «intervenire nelle scelte di società private». Poi ha lasciato la parola "ai suoi", e ne è uscito un vero fuoco di fila di commenti è vento da tanti esponenti del partito di Berlusconi, concordi nell'accusare il governo di comportarsi come se Palazzo Chigi fosse una «merchant bank».
«O Prodi è un bugiardo, oppure è un pollo». Va giù duro il Presidente dei senatori della Lega Nord, Roberto Castelli, a proposito della vicenda Telecom. E non sono da meno altri esponenti dell'opposizione, alcuni dei quali si spingono a chiedere le dimissioni del premier. «A questo punto o si dimette Rovati oppure si dimette Prodi» sentenzia il senatore leghista Roberto Calderoli, vice presidente del Senato. E Storace (An): «Ma Rovati è omonimo del capo organizzativo della macchina elettorale dell'ormai pro-tempore presidente del Consiglio, quello che chiedeva milioni di euro ai partiti del centrosinistra? Li chiedeva solo a loro?». «Le bugie di Prodi hanno le gambe corte - rincara il senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti -. Rovati ha tenuto Prodi all'oscuro di tutto. Ma cerchiamo di essere seri... Le sue motivazioni sono talmente fuori dalla realtà, che sono una presa in giro all'intelligenza degli italiani». Pesante anche il commento di Jole Santelli, deputata di Forza Italia: «Prodi non sa mai nulla. È un classico: non sapeva nulla dei fondi neri Iri dinanzi a Di Pietro che lo interrogava; non sapeva nulla degli accordi di Telecom Serbia. Ora, naturalmente, non sa nulla del piano di riassetto Telecom».
15 settembre 2006

 

Prodi su Telecom: «Il governo deve sapere»
Il premier «sorpreso»: «Tronchetti Provera non mi avevo detto nulla. Fermare l'operazione? Prima voglio sapere cosa c'è scritto»
Il premier Prodi (Ansa)
Il premier Prodi (Ansa)
ROMA
- Il premier Romano Prodi ritorna sulla vicenda Telecom. Ed è critico sull'operazione di riassetto decisa dal consiglio di amministrazione della società telefonica. «La mia è una reazione di sorpresa: circa dieci giorni fa ho avuto un colloquio cordiale e approfondito con Tronchetti Provera e non mi ha assolutamente accennato a una ristrutturazione societaria così importante e radicale, e così diversa dalla strategia che lo stesso Tronchetti aveva proposto anni fa» ha spiegato il presidente del Consiglio che poi ha aggiunto: «Il governo ha diritto di conoscere».
Ma è possibile uno stop del governo all'operazione Telecom? «Quando saprò cosa c'è scritto, potrò anche prendere qualche decisione» ha chiosato Prodi.

ANCHE FASSINO PERPLESSO - Lo sconcerto del capo del governo sull'operazione Telecom viene condiviso anche da Piero Fassino. «Emerge una operazione molto diversa da quella annunciata nelle settimane scorse. Bisogna capire cosa ne ha cambiato la struttura», ha spiegato il segretario dei Ds. Negativo il ministro delle Infrastrutture Di Pietro, che invoca un «controllo pubblico» sul settore. Il presidente della Camera Bertinotti a sua volta dichiara «condivisibile» la preoccupazione dei dipendenti Telecom. Il vice ministro dell'Economia, Roberto Pinza, giudica «sconcertante» l'operazione, critico anche il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero.
RIFORME E FINANZIARIA - Oltre al risiko finanziario, Prodi si è soffermato su questioni più strettamente politiche. «Il governo dell'Unione potrà durare cinque anni, ma solo se farà forti riforme dopo anni di stagnazione» ha spiegato. «Se ci rifugiamo in mediazioni - ha sottolineato Prodi - noi ci indeboliamo. Non abbiamo assolutamente paura del nuovo». Intervenendo al convegno dei gruppi dell'Ulivo, il Professore ha poi fatto un accenno alla legge finanziaria «che non deve obbedire a diktat dall'esterno», né limitarsi ad un semplice adattamento dei conti finanziari, ma deve essere una finanziaria di forti riforme.
13 settembre 2006

 

Un ringraziamento a http://www.corriere.it/  e a www.beppegrillo.it per le fonti