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Caso Telecom |
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26 Settembre 2006
Telecom:
una storia italiana

L'iniziativa 'share
action' ha raccolto finora 1750 adesioni per un totale
di circa 4.800.000 azioni. Grazie per la
fiducia. L'Internazionale
di questa settimana mi ha dedicato la copertina, riporto il mio
articolo che parla di una storia che per il momento non ha
ancora un finale. Speriamo che sia almeno un finale sostenibile,
come il debito di Telecom secondo Guido Rossi. Ma se il debito
è sostenibile, il credito cosa sarà?
"Tronchetti si è dimesso da presidente
di Telecom un venerdì, qualche minuto prima delle otto di sera,
ora di cena. A Milano pioveva, un tempo autunnale, non c’era
nessuno in giro per lo sciopero dei mezzi urbani. La tristezza
era nell’aria. La voce di Aznavour cantava “Com’è triste
la Borsa a Milano”, ma forse era solo un’eco in Galleria. Il
giorno dopo un Tronchetti dimesso, senza cravatta, si aggirava
in via della Spiga con i parenti. La sera riceveva nella tribuna
d’onore di San Siro attestati di solidarietà simili a
condoglianze. L’Inter, pareggiando con la Sampdoria,
aggiungeva una nota di depressione quasi surreale al fine
settimana di Tronchetti. Ma, come nella migliore tradizione
giallistica, bisogna porsi la domanda: chi è il
responsabile della caduta del tronchetto dell’infelicità?
Il nome corso subito sulla bocca di tutti è stato quello di Romano
Prodi, per la sua conformazione da maggiordomo
ciclista. Il maggiordomo è il primo sospettato. Prodi è però
da escludere in quanto persona da sempre non informata sui fatti
e, in più, con un consigliere, Rovati, che
inviando a Tronchetti una memoria ‘artigianale’ ha inguaiato
tutto il Governo. La missiva, privata, privatissima, ipotizzava
un riassetto del gruppo Telecom e il tronchetto, da perfetto
uomo d’affari, di quelli che bastava la stretta di mano,
l’ha subito passata al Corriere della Sera, il quotidiano
indipendente del salotto buono in cui siede Pirelli. Rovati si
è dimesso. Prodi dovrà riferire alla Camera non si sa bene che
cosa, ma un suo silenzio eloquente potrà
bastare insieme a un lancio di pomodori. Escluso Prodi chi
rimane? Per capirlo bisogna tornare indietro nel tempo. Al tempo
dell’Ulivo e di D’Alema. Il tempo delle
privatizzazioni, il tempo dei ‘capitani coraggiosi’, ma
senza una lira. Regnava da poco su Telecom Italia Franco
Bernabè, un regnante dignitoso che aveva dato buona
prova di sé all’Eni. Telecom non aveva praticamente
debiti e generava tutti i giorni denaro sonante.
Telecom possedeva società, immobili, aveva, tanto per dire, la
flotta di auto aziendali più grande d’Italia. Un patrimonio
costruito con le tasse di generazioni di italiani. D’Alema,
allora presidente del consiglio, per motivi che nessuna mente
umana (e forse neppure aliena) è in grado di capire avalla la
cessione al duo Colaninno-Gnutti. Colaninno
cede Omnitel e lancia un’Opa sulla Telecom. Il ricavo ottenuto
dalla vendita di Omnitel non è certo sufficiente per l’Opa,
che va sostenuta indebitando l’azienda. Per incanto una
Telecom senza debiti si ritrova indebitata fino al collo. Franco
Bernabè che aveva cercato di opporsi sostenendo la fusione con
Deutsche Telekom, anche attraverso un confronto durissimo con il
merchant banker D’Alema, noto industriale e economista, deve
dimettersi. Da questo momento la sorte della più grande azienda
del Paese, quella con le migliori prospettive industriali e i
maggiori tassi di innovazione, è segnata.
Inoltre, la vendita in blocco di dorsale, telefonia fissa e
mobile è un macigno sullo sviluppo del mercato delle
telecomunicazioni. Non può infatti esistere un vero mercato se chi
possiede la rete eroga anche i servizi. La rete doveva
rimanere in mani pubbliche o, almeno, essere soggetta al
controllo dello Stato con una partecipazione rilevante.
Colaninno e Gnutti, che sanno fare i loro affari, cercano di
ridurre il debito vendendo Tim, o almeno fondendola con Telecom,
anticipando di cinque anni le mosse di Tronchetti, ma non gli è
consentito. Colaninno cerca comunque di impostare un piano
industriale che però non ha neppure il tempo di vedere la luce.
Al governo arriva Berlusconi e per Colaninno si
fa notte. A luglio 2001 Colaninno va in Argentina per una
battuta di caccia e Gnutti, vista l’aria che tira, ne
approfitta, incontra Tronchetti e vende. Tronchetti disponeva
della liquidità ottenuta dalla vendita fatta nel 2000, durante
il periodo della bolla speculativa, della divisione dei cavi per
telecomunicazioni Optical Technologies alla
statunitense Corning per l’incredibile cifra di settemila
miliardi in contanti. Mille miliardi se li spartisce in stock
option con Buora (200) e Morchio
(300), a lui 450. Tronchetti acquista il controllo di Telecom
con le scatole cinesi, in sostanza una serie di società in cui
al vertice della catena c’è una piccola società che ne
controlla una più grande fino ad arrivare alla Telecom.
Tronchetti con lo 0,8 per cento di azioni (è
lui il vero piccolo azionista) si ritrova a controllare un
impero attraverso Olimpia in compagnia di Benetton,
Gnutti, Unicredit e Banca Intesa. I debiti però rimangono, per
ridurli la nuova strategia è semplice, è quella del
rigattiere: vendere, esternalizzare. Seat,
Telespazio, Finsiel, una parte di Tim, gli immobili di Telecom
vengono venduti per fare cassa. Molte attività del gruppo
vengono enucleate e date all’esterno. Ma questo non basta, i
margini sulla telefonia fissa e mobile si riducono e il debito
non permette di fare gli investimenti necessari. Si rischia
l’implosione o la perdita di controllo se subentrassero nuovi
soci in Olimpia. Si arriva al 2005, Tronchetti fonde
Telecom e Tim con l’acquisto di quest’ultima
attraverso un’Opa. Telecom si indebita ancora di più, ma
accede ai contanti prodotti tutti i giorni dai telefonini.
L’operazione è annunciata come strategica. Una strategia
industriale che dura 18 mesi. Poi si ritorna all’antico. Si
divide il fisso dal mobile per venderli a pezzi, uno o entrambi
non si sa. Unicredit, Banca Intesa e Hopa lasciano Tronchetti al
suo destino. Benetton svaluta le azioni Telecom che al momento
dell’acquisto, nel 2001, erano state valorizzate a più di
quattro euro e oggi valgono solo la metà. Tronchetti le azioni
le ha invece mantenute a un valore d’affezione, ma le deve
finalmente svalutare con effetti a catena sul gruppo Pirelli. Si
dimette lasciando 41 miliardi di debiti che
rimangono, escludendo obbligazioni e cartolarizzazioni varie (i
pagherò agli investitori), suppergiù quelli di Colaninno. Ma con
in meno tutte le aziende vendute. Il colpevole è
quindi chiaro. E’ il dito medio della mano invisibile del
mercato. Che ha colpito tutti coloro che hanno perso il loro
posto di lavoro e i loro risparmi investiti in azioni Telecom.
E’ un dito che ci vede bene, benissimo. Per questo ignora
manager e azionisti di controllo per i quali la Telecom è stato
un grande affare, il migliore della loro vita.
Per Parmalat era venuta a prelevarmi a Nervi la
Guardia di Finanza. Voleva sapere come ero venuto a conoscenza
del fatti. Mi portai una cartellina con scritto sopra
Telecom per aiutarli a portarsi avanti con il lavoro.
Ma non mi presero sul serio, del resto è giusto così, io sono
solo un comico. Questa volta mi aspetto un’assunzione alla Consob
o alla Borsa. Da comico a consulente finanziario
globale. Ho deciso di fare il grande salto. Di controllare la
Telecom senza tirare fuori neppure un euro. Un’Opa alla
genovese. Ho lanciato la ‘share
action’ per chiedere la rappresentanza dei
piccoli azionisti, andare in assemblea e cacciare a
calci nel culo i consiglieri, partendo da quelli indipendenti.
Chi vuole partecipare può farlo collegandosi al mio blog
".
Postato
da Beppe Grillo il 26.09.06 18:02
Clikka
qui per visionare i commenti
Questi
sono solo alcuni dei messaggi che arrivano ogni giorno.. per
visionarli potete andare su: http://www.beppegrillo.it/2006/09/telecom_una_sto.html
Alcuni passaggi:
Prodi: «Tronchetti ha
usato il governo»
Il premier sull'ex
presidente Telecom: «Non mi disse nulla sul
riassetto». La replica: «Saranno le carte a
parlare»
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Romano Prodi (Ansa)
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NEW YORK - «Un
presidente del Consiglio non va mai in due rami
del Parlamento. Mi è stato chiesto di
andare il 28 e così resta stabilito». Romano
Prodi ufficializza così la decisione di
intervenire direttamente solo alla Camera sul
caso Telecom spiegando che giovedì, al Senato
«parteciperà un rappresentante del governo».
Il ministro delegato a riferire a Palazzo Madama
sarà Paolo Gentiloni della Margherita.
LA
TELEFONATA CON BERTINOTTI - Il premier ha
poi tenuto a puntualizzare di non avere assunto
questa decisione a seguito della telefonata del
presidente della Camera: «La telefonata con
Bertinotti - spiega - c'è stata, ma la
decisione era stata presa prima». Sul
caso-Rovati, infine, torna a chiedere di mettere
la parola fine: «Basta. Il Paese non ha bisogno
di giocare su invenzioni, ma di ragionare
seriamente sul futuro delle telecomunicazioni.
Abbiamo già dato tutti i chiarimenti possibili».
SCONTRO
CON TRONCHETTI PROVERA - Ma la guerra a
distanza con Tronchetti Provera non sembra
finire. Prodi - durante una conferenza stampa a
New York - assicura di non aver commesso errori:
«Mi è stato chiesto un colloquio per parlare
della strategia di Telecom. In quel colloquio -
conclude Prodi ricordando l'incontro con l'ex
presidente del colosso telefonico - non mi è
stato detto nulla di ciò che il giorno dopo
Telecom ha presentato al Paese. Quando si chiede
un incontro con il presidente del Consiglio -
scandisce il Professore - bisogna dire tutta la
verità». Poi, parlando ad una prima colazione
organizzata dal Council of Foreign Relations,
colorisce il concetto: «Non mi ha detto una
parola - ha spiegato Prodi- e gli ho risposto
che ero sorpreso ed irritato. Se chiedete un
incontro con il premier... non potete non dirgli
niente. (Tronchetti) ha seri problemi di
comportamento: ecco quanto è successo... non ci
sono state interferenze da parte del governo»,
ha detto Prodi. «Tronchetti - ha aggiunto Prodi
- ha lasciato credere che il governo sapeva solo
perchè c'è stato quell'incontro». Poi la
sferzante conclusione: «L'impressione è che ha
usato il governo».
LA
REPLICA - La risposta dell'ex presidente
Telecom è secca: «Non entro in polemica con le
istituzioni. Non lo ho mai fatto e non lo farò
ora. Saranno le carte a parlare - ha spiegato
Tronchetti Provera -, quelle depositate presso
il consiglio di amministrazione»
LA
VENDITA DI TELECOM - Prodi ha inoltre
confermato che non è sua intenzione, né
esistono gli strumenti giuridici, opporsi ad una
eventuale vendita della rete mobile di Telecom
ad un gruppo straniero, «anche se la cosa
potrebbe non farmi piacere». Prodi ha ricordato
che l'Italia è uno dei paesi economicamente più
aperti, ma «mi piacerebbe che il paese non
fosse soltanto l'oggetto» di vendite a gruppi
esteri, ma diventasse anche «il soggetto» di
acquisizioni di questo tipo.
21
settembre 2006
Telecom,
Prodi in aula. Unione battuta
Il premier
disposto a riferire in Parlamento il
28. Ma in Senato passa la richiesta
dell'opposizione di anticipare al 21
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Il premier Romano Prodi (Tam
Tam)
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ROMA - Romano Prodi ci ripensa
e va in Parlamento a riferire sul caso
Telecom. Appuntamento il 28 settembre,
alle 15 a Montecitorio per la gioia di
Fausto Bertinotti che spiega che la
Camera così «riassume la sua autorità».
Il premier abbandona dunque l'iniziale
ritrosia al dibattito ("siete
matti!" era sbottato in Cina) e
dice sì a un informativa per
rispondere alle polemiche seguite alle
dimissioni di Tronchetti Provera, ex
presidente del gruppo telefonico, e di
Angelo Rovati, ex consigliere
personale di Palazzo Chigi.
IN
PARLAMENTO - Un'apertura
inattesa (lunedì era stata avanzata l'ipotesi
che a riferire fosse il ministro delle
Comunicazioni, Paolo Gentiloni).
che si accompagna però a una
clamorosa sconfitta: quella che
subisce in serata l'Unione al Senato,
dove passa - con 151 voti a favore,
148 contrari ed 1 astenuto - la
proposta di Forza Italia di anticipare
il dibattito il 21 a Palazzo Madama.
La richiesta di Forza Italia approvata
dal Senato contiene «un invito al
premier a presentarsi in aula». Ed
ora starà al ministro per i Rapporti
con il Parlamento Vannino Chiti
risolvere il groviglio delle date.
Appare comunque difficile che il
presidente del Consiglio possa
presentarsi al Senato perché
impegnato in questi giorni a New York
per partecipare all'Assemblea generale
dell'Onu (proprio dagli Usa Prodi ha
nel frattempo ribadito di non essere
stato informato dai vertici di Telecom
sul riassetto del gruppo: «Tronchetti
mi chiese un appuntamento e mi disse
delle cose assolutamente differenti
rispetto a quelle che poi furono
comunicate. Non ne sapevo nulla. Se
parli con il presidente del Consiglio
devi dire la verità»).
REAZIONI
- Sull'assenza di Prodi al dibattito a
Palazzo Madama si è pronunciato il
presidente del gruppo dell'Ulivo, Angela
Finocchiaro: «Si è fissato
che di Telecom si parla qui al Senato
giovedì prossimo: pazienza, Prodi non
può esserci e verrà qualcun altro
del governo a riferire. Non mi pare un
grande capolavoro per l'opposizione».
Per il diessino Gavino
Angius, si tratta solo «di un
incidente». Anche se, ammette il
senatore della Quercia, «desta
preoccupazione in qualcuno». La
vittoria sul calendario rianima la
Cdl. «È la prima sconfitta della
maggioranza. Ci auguriamo che sia una
delle tante perché ormai al Senato
l'opposizione non è più opposizione»
esulta il capogruppo di Forza Italia
al Senato, Renato
Schifani, autore della proposta
poi passata anche con i voti
dell'Unione. E mentre Paolo
Bonaiuti, portavoce di
Berlusconi, intende chiedere la
diretta tv in occasione delle
comunicazioni del premier, il
presidente dei senatori di Alleanza
Nazionale
Altero Matteoli incalza il capo
del governo: «Di fronte ai numeri di
questo pomeriggio non so come fa a non
venire a riferire». «Questo è il
senso del voto che è stato dato»,
conclude l'esponente di An. Ma Chiti
taglia corto: «Preso atto del voto
del Senato, è evidente che
l'informativa del presidente del
Consiglio Romano Prodi si terrà
inevitabilmente alla Camera». «Noi
siamo pronti a discutere, ma dubito
che ci sarà un vero dibattito perché
la Cdl vuole buttarla in cagnara», è
l'aspettativa del segretario della
Quercia, Piero
Fassino.
20
settembre 2006
Procura
di Roma apre fascicolo su
Telecom
I
magistrati si occuperanno
del riassetto del gruppo
annunciato la scorsa
settimana, in particolare
dello scorporo di Tim
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ROMA
- La procura di Roma ha
aperto un fascicolo sulla
vicenda Telecom. I pm si
occuperanno del riassetto
annunciato la scorsa
settimana e in particolare
dello scorporo di Tim. Il
fascicolo è intestato 'Atti
relativi a' e al momento non
ci sarebbero indagati.
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La sede della
Telecom a Milano
(Emmevi)
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ESAME - L'apertura
del fascicolo consentirà,
come ha confermato il
procuratore della Repubblica
Giovanni Ferrara, di avviare
un primo esame sulla vicenda
e chiedere informazioni alla
Consob. In particolare la
Procura intende sapere se
possa configurarsi il reato
di ostacolo all'attività di
vigilanza della Consob
stessa. Per il momento il
fascicolo non prevede alcuna
ipotesi di reato né
contiene indicazioni di
altro genere. Sono stati
allegati tutti gli articoli
di stampa usciti in questi
giorni e già presi in
considerazione dalla Procura
della Repubblica a
cominciare dalla settimana
scorsa.
LA
VICENDA - L'apertura
del fascicolo da parte della
Procura di Roma è la nuova
tappa di una vicenda
cominciata lunedì scorso,
quando il Consiglio di
amministrazione della
Telecom ha approvato il
piano di riassetto del
gruppo: in pratica, lo
scorporo della rete fissa e
della telefonia mobile (Tim)
per conferirle in due società
ad hoc. Una scelta che ha
provocato l'irritazione del
governo. Il premier Romano
Prodi, dalla Cina, ha fatto
sapere di non essere stato
minimamente informato da
Tronchetti Provera.
Successivamente, però, il Corriere
della Sera e il
Sole 24 Ore hanno
pubblicato un piano fatto
avere riservatamente dal
consigliere di Prodi, Angelo
Rovati, a Tronchetti
Provera. Le polemiche
successive hanno portato
prima alle dimissioni del
presidente della Telecom (al
suo posto è stato nominato
l'attuale commissario
straordinario della
Federcalcio, Guido Rossi) e
poi, oggi (lunedì, ndr), a
quelle di Rovati. Nel
frattempo, il governo ha
accettato di riferire in
Parlamento sulla vicenda con
i suoi ministri competenti.
19
settembre 2006
Rovati
lascia: «Non ho
commesso errori»
Lettera
al presidente
del Consiglio:
«Fatti
travisati e
strumentalizzati».
«Eccesso di
fiducia in
Tronchetti
Provera»
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Angelo
Rovati
(Emblema)
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PECHINO -
«Io sgombro, vado
via». Angelo
Rovati si accomoda
in panchina. L'ex
«gigante buono»
del basket lascia
l'incarico di
consigliere
economico-politico
del premier. Lo fa
con una lettera ( leggi)
a Prodi nella
quale spiega che
la sua iniziativa
su piano Telecom
«è stata
travisata per
danneggiare te e
il tuo governo».
SVOLTA
- Il nuovo
scossone ( dopo
il passo indietro
di Tronchetti
Provera)
arriva dalla Cina
quando in Italia
è l'alba. Rovati
accoglie i
cronisti negli
ampi saloni del
Palazzo del Popolo
di Pechino,
l'enorme struttura
del Parlamento
cinese che Mao
costruì in soli
10 mesi. «Io non
ho un ruolo
ufficiale nel
governo - osserva,
mentre è in corso
l'incontro tra
Prodi e l'omologo
cinese Wen Jiabao
- sono consulente
del premier. Non
è che mi dimetta
da funzioni o
cariche,
semplicemente
rinuncio a questo
incarico. Senza
traumi per
nessuno, e
tantomeno per il
presidente, che ha
grandi problemi da
gestire, come
vedete qui, e
soprattutto per
lasciarlo libero
di esprimere il
suo pensiero».
■
Le
tappe della
vicenda
■
Rovati
a Sky: «Quel
foglietto su carta
intestata...»
LA FIDUCIA IN
TRONCHETTI
- «Questa notte
ho parlato con
Prodi e con tutti
quanti - racconta
ancora Rovati- e
sono arrivato alla
decisione di
rinunciare all'
incarico di
consigliere
economico-politico
del presidente del
Consiglio, che ho
a palazzo Chigi».
Rovati
rivolgendosi senza
menzionarlo all'ex
presidente di
Telecom Italia
Marco Tronchetti
Provera, dice di
avere avuto «un
eccesso di fiducia
verso una persona
che tale impegno a
riservatezza e
fiducia non ha
mantenuto». Il
riferimento di
Rovati va
ovviamente al suo
cosiddetto «piano»
per il riassetto
societario di
Telecom. Nei
giorni scorsi
Rovati aveva
puntualizzato che
di tale documento
esistevano
solamente due
copie: la sua e
quella inviata
all'ex presidente
del gruppo tlc
Tronchetti
Provera.
IL
CLIMA
IN PARLAMENTO - Un
gesto - quello
delle dimissioni -
studiato e
meditato a lungo.
«Vediamo ora -
auspica l'ex
consigliere - se
anche questo mio
gesto può servire
a svelenire
ulteriormente il
clima consentendo
al Parlamento e al
governo di parlare
serenamente di
questo problema,
che non si trova
sicuramente in
tutte le
chiacchiere che
sono state fatte
sul mio
fantomatico
progetto». E
rivisitando le
vicende e le
polemiche che
hanno portato alla
sua decisione,
prosegue: «Se ho
commesso qualche
errore ne
risponderò nelle
sedi più
opportune, anche
se non mi pare di
aver commesso
errori».
LA
FAMIGLIA -
E adesso? «Comincerò
a gestire le mie
società, visto
che qualcuno le
aveva anche
pubblicate sul
giornale, con
tanto di
organigramma.
Gestirò con più
attenzione i miei
interessi e i miei
affari». «Poi,
dopo, nella vita -
chiosa Rovati - se
mi rimane la
voglia di fare
qualcosa in
politica o da
qualche altra
parte, lo farò.
Non penso di
essere inibito a
fare qualcosa,
anche perché non
mi sembra di aver
fatto niente di
traumatico».
18
settembre 2006
«Prodi
non
sapeva
nulla
del
piano
Telecom»
Parla
Rovati,
consigliere
del
premier:
«La
responsabilità
di
questo
studio
di
riassetto
è
solo
mia.
Neanche
Prodi
lo ha
analizzato»
|
|
|
ROMA
- «Prodi
non
sapeva
nulla,
il piano
di
riassetto
di
Telecom
Italia
è solo
opera
mia» A
parlare
è
Angelo
Rovati
il
consigliere
del
premier
Romano
Prodi,
che
scende
in campo
in
difesa
del
presidente
del
Consiglio.
«La
responsabilità
di
questo
studio
artigianale
è solo
ed
esclusivamente
mia.
Neanche
Prodi lo
ha
analizzato»
ha
dichiarato
Rovati
che
aggiunge
di aver
fatto
conoscere
questo
studio
all'amministratore
delegato
e primo
azionista
di
Telecom
Italia
Marco
Tronchetti
Provera
e di
avergli
detto «che
lo
avevamo
solo io
e lui».
 |
|
Il
consigliere
economico
di
Prodi
Angelo
Rovati
(Ansa)
|
NESSUN
COMPLOTTO
- «Se
avessi
avuto
intenti
coercitivi
o se
fossi
pedina
di un
complotto,
sarebbe
stato da
cretino
mandare
lo
studio
al
diretto
interessato
per
condizionare
società
o
azionisti.
Non
avevo
questa
intenzione»
ha poi
aggiunto
Rovati.
IL
RUOLO DI
GOLDMAN
SACHS
- Il
consigliere
politico-economico
di Prodi
ha poi
voluto
precisare
alcune
notizie
pubblicate
sull'intera
vicenda:
«Si è
detto
che
questo
studio
è stato
commissionato
da me
alla
Goldman
Sachs,
ma io
non ho i
soldi
per
pagare
questa
società
per fare
uno
studio,
si fa
pagare
molto
caro. Si
è
scritto
che
Costamagna
è
l'ispiratore,
ma
Costamagna
entra in
questa
vicenda
in
queste
vesti:
è un
mio
carissimo
amico,
che
stimo
per
capacità
personali
e
professionali,
e sono
sicuro
che
anche
Prodi lo
stima.
È stato
in
Goldman
Sachs,
ma
questo
non
significa
che
tutto
quello
che
facciamo
è
riportabile
a
Goldman
Sachs.
Lui è
esclusivamente
l'advisor
di
Rupert
Murdoch,
con il
quale ha
un'amicizia
e una
frequentazione
molto
antica».
«Si è
scritto
inoltre
-
aggiunge
- che ci
sono
banchieri
d'affari
che
vanno in
giro a
dire
molte
cose. Se
siamo
arrivati
al punto
che
banchieri
d'affari
fanno
chiacchiere
di
portineria,
significa
allora
che
siamo
arrivati
molto in
basso,
che
siamo in
gravi
difficoltà.
Si è
scritto
inoltre
che
avrei
parlato
con un
alto
dirigente
del
gruppo
Caltagirone,
ma non
conosco
nessun
alto
dirigente
di quel
gruppo.
Conosco
solo
Caltagirone,
che
ritengo
persona
degna e
molto
riservata.
GOVERNO
LIBERISTA
- Rovati
vuole
poi
ribadire
che «Palazzo
Chigi
non era
assolutamente
informato
di nulla».
«Io ero
informato
-
continua
-
Palazzo
Chigi
non
conosceva
questo
dossier».
«Prodi
-
aggiunge
ancora -
ha a
cuore
soprattutto
l'interesse
del
Paese e
delle
aziende
ed è il
più
grande
liberista
che ci
sia in
Italia.
Mi
dispiace
che
questa
roba
qui, che
è una
buffonata,
sia
stata
strumentalizzata
per
altri
fini».
Rovati
conclude
con
un'altra
considerazione
su
Tronchetti
Provera:
«È
stato
uno dei
pochi
imprenditori
italiani
che ha
avuto il
coraggio
di
accorciare
la rete
di
controllo
della
società
e di
renderla
contendibile.
La
società
è
contendibile
e lui lo
sa, ma
ha avuto
lo
stesso
questo
coraggio
e
bisogna
dargliene
atto».
PRODI:
NIENTE
DI NUOVO
-
Dal
canto
suo Prodi
parlando
con i
cronisti
a Canton
della
vicenda
Telecom
e delle
notizie
pubblicate
dai
quotidiani
italiani
ha
detto:
«Non è
successo
niente
di
nuovo.
Ho fatto
ieri le
mie
dichiarazioni
puntuali,
precise
e
rigorose.
Non c'è
da
aggiungere
nè da
togliere
una
sillaba».
BERLUSCONI:
«ECCO
LA VERA
NATURA
DEL
GOVERNO»
- «Sono
allibito,
se
avessimo
fatto
noi una
cosa del
genere
chissà
cosa
avrebbero
detto»,
e invece
«loro
si
permettono
di fare
dichiarazioni»
su una
società
quotata
in borsa
«a
mercati
aperti».
È
questa,
secondo
quanto
si
apprende,
la
reazione
di
Silvio Berlusconi
sugli
ultimi
sviluppi
della
vicenda
Telecom.
«Una
cosa è
certa»,
ha
osservato
il
leader
dell'opposizione
secondo
quanto
riferito
da fonti
parlamentari
di Fi,
«in
questa
vicenda
sta
venendo
fuori la
vera
natura»
di
questo
governo,
che
pensa di
«intervenire
nelle
scelte
di
società
private».
Poi ha
lasciato
la
parola
"ai
suoi",
e ne è
uscito
un vero
fuoco di
fila di
commenti
è vento
da tanti
esponenti
del
partito
di
Berlusconi,
concordi
nell'accusare
il
governo
di
comportarsi
come se
Palazzo
Chigi
fosse
una «merchant
bank».
«O
Prodi è
un
bugiardo,
oppure
è un
pollo».
Va giù
duro il
Presidente
dei
senatori
della
Lega
Nord,
Roberto Castelli,
a
proposito
della
vicenda
Telecom.
E non
sono da
meno
altri
esponenti
dell'opposizione,
alcuni
dei
quali si
spingono
a
chiedere
le
dimissioni
del
premier.
«A
questo
punto o
si
dimette
Rovati
oppure
si
dimette
Prodi»
sentenzia
il
senatore
leghista
Roberto Calderoli,
vice
presidente
del
Senato.
E Storace
(An):
«Ma
Rovati
è
omonimo
del capo
organizzativo
della
macchina
elettorale
dell'ormai
pro-tempore
presidente
del
Consiglio,
quello
che
chiedeva
milioni
di euro
ai
partiti
del
centrosinistra?
Li
chiedeva
solo a
loro?».
«Le
bugie di
Prodi
hanno le
gambe
corte -
rincara
il
senatore
di Forza
Italia
Paolo
Guzzanti
-.
Rovati
ha
tenuto
Prodi
all'oscuro
di
tutto.
Ma
cerchiamo
di
essere
seri...
Le sue
motivazioni
sono
talmente
fuori
dalla
realtà,
che sono
una
presa in
giro
all'intelligenza
degli
italiani».
Pesante
anche il
commento
di Jole Santelli,
deputata
di Forza
Italia:
«Prodi
non sa
mai
nulla.
È un
classico:
non
sapeva
nulla
dei
fondi
neri Iri
dinanzi
a Di
Pietro
che lo
interrogava;
non
sapeva
nulla
degli
accordi
di
Telecom
Serbia.
Ora,
naturalmente,
non sa
nulla
del
piano di
riassetto
Telecom».
15
settembre 2006
Prodi
su
Telecom:
«Il
governo
deve
sapere»
Il
premier
«sorpreso»:
«Tronchetti
Provera
non
mi
avevo
detto
nulla.
Fermare
l'operazione?
Prima
voglio
sapere
cosa
c'è
scritto»
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Il
premier
Prodi
(Ansa)
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ROMA
-
Il
premier
Romano
Prodi
ritorna
sulla
vicenda
Telecom.
Ed
è
critico
sull'operazione
di
riassetto
decisa
dal
consiglio
di
amministrazione
della
società
telefonica.
«La
mia
è
una
reazione
di
sorpresa:
circa
dieci
giorni
fa
ho
avuto
un
colloquio
cordiale
e
approfondito
con
Tronchetti
Provera
e
non
mi
ha
assolutamente
accennato
a
una
ristrutturazione
societaria
così
importante
e
radicale,
e
così
diversa
dalla
strategia
che
lo
stesso
Tronchetti
aveva
proposto
anni
fa»
ha
spiegato
il
presidente
del
Consiglio
che
poi
ha
aggiunto:
«Il
governo
ha
diritto
di
conoscere».
Ma
è
possibile
uno
stop
del
governo
all'operazione
Telecom?
«Quando
saprò
cosa
c'è
scritto,
potrò
anche
prendere
qualche
decisione»
ha
chiosato
Prodi.
ANCHE
FASSINO
PERPLESSO
-
Lo
sconcerto
del
capo
del
governo
sull'operazione
Telecom
viene
condiviso
anche
da
Piero
Fassino.
«Emerge
una
operazione
molto
diversa
da
quella
annunciata
nelle
settimane
scorse.
Bisogna
capire
cosa
ne
ha
cambiato
la
struttura»,
ha
spiegato
il
segretario
dei
Ds.
Negativo
il
ministro
delle
Infrastrutture
Di
Pietro,
che
invoca
un
«controllo
pubblico»
sul
settore.
Il
presidente
della
Camera
Bertinotti
a
sua
volta
dichiara
«condivisibile»
la
preoccupazione
dei
dipendenti
Telecom.
Il
vice
ministro
dell'Economia,
Roberto
Pinza,
giudica
«sconcertante»
l'operazione,
critico
anche
il
ministro
della
Solidarietà
sociale,
Paolo
Ferrero.
RIFORME
E
FINANZIARIA
-
Oltre
al
risiko
finanziario,
Prodi
si
è
soffermato
su
questioni
più
strettamente
politiche.
«Il
governo
dell'Unione
potrà
durare
cinque
anni,
ma
solo
se
farà
forti
riforme
dopo
anni
di
stagnazione»
ha
spiegato.
«Se
ci
rifugiamo
in
mediazioni
-
ha
sottolineato
Prodi
-
noi
ci
indeboliamo.
Non
abbiamo
assolutamente
paura
del
nuovo».
Intervenendo
al
convegno
dei
gruppi
dell'Ulivo,
il
Professore
ha
poi
fatto
un
accenno
alla
legge
finanziaria
«che
non
deve
obbedire
a
diktat
dall'esterno»,
né
limitarsi
ad
un
semplice
adattamento
dei
conti
finanziari,
ma
deve
essere
una
finanziaria
di
forti
riforme.
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Un ringraziamento a http://www.corriere.it/
e a www.beppegrillo.it per le fonti |